Il consociativismo Confindustria-Cgil

Le recenti dichiarazioni del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che in un incontro pubblico con la segretaria della Cgil Susanna Camusso si era dichiarato “d’accordo su tutto” per poi concludere il duetto con la denuncia della “macelleria sociale” attribuita alle misure di austerità adottate dal governo, hanno stupito molti osservatori. In realtà questa contrapposizione è da tempo, e con rare eccezioni, la copertura retorica di una pratica consociativa prevalente, che ha assunto il nome paludato di “concertazione” ma che è in sostanza un patto conservatore tra grandi burocrazie sindacali.
14 AGO 20
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Le recenti dichiarazioni del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che in un incontro pubblico con la segretaria della Cgil Susanna Camusso si era dichiarato “d’accordo su tutto” per poi concludere il duetto con la denuncia della “macelleria sociale” attribuita alle misure di austerità adottate dal governo, hanno stupito molti osservatori. Si sono cercate le motivazioni nell’inesperienza di Squinzi, nel suo carattere sanguigno, il che ha portato molti a prendere per buone le rettifiche successive. Sembrava che il copione tradizionale del conflitto tra padroni e operai fosse stato tradito per un improvviso colpo di sole e che si tornasse alla normale contrapposizione.
In realtà questa contrapposizione è da tempo, e con rare eccezioni, la copertura retorica di una pratica consociativa prevalente, che ha assunto il nome paludato di “concertazione” ma che è in sostanza un patto conservatore tra grandi burocrazie sindacali. Non è una novità. Persino Giuseppe Di Vittorio, che infiammava le piazze con roventi comizi, spesso prendeva il treno in uno scompartimento attiguo a quello di Angelo Costa per cercare intese che anni dopo Giorgio Amendola, che di sicuro non era un operaista, giudicava espressione di una subalternità.
Nelle forme attuali la concertazione fu consacrata nel grande accordo interconfederale del 1975, firmato da Gianni Agnelli e da Luciano Lama. Forse quando ieri, all’assemblea dell’Abi, Mario Monti ha detto che “esercizi profondi di concertazione in passato hanno generato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli e nipoti non trovano facilmente lavoro”, pensava proprio a quell’intesa che, con il punto unico di contingenza dagli effetti paurosamente inflazionistici, l’abolizione del differenziale salariale territoriale e l’invenzione della cassa integrazione straordinaria mise di fatto a carico dello stato un costo insopportabile. Il cosiddetto “patto dei produttori” all’italiana ha sempre funzionato così: sindacati e industriali si fronteggiano, si crea tensione sociale e poi, per chiudere le trattativa, si passa il conto allo stato, che in passato compensava l’inflazione conseguente con la svalutazione. Gli industriali mantenevano le quote di esportazione, i sindacati vantavano conquiste salariali nominali, ma la competitività reale drogata dagli effetti monetari continuava a deperire, mentre aumentava in modo incontrollabile il debito pubblico. Le eccezioni a questa regola sono poche e tendono a confermarla. Quando la guida degli industriali fu conquistata da Antonio D’Amato, un imprenditore poco gradito dalla burocrazia confindustriale, lo scontro con la Cgil divenne reale. Sergio Cofferati dichiarò una guerra vera e la combatté, e alla fine gli scioperi, soprattutto dei metalmeccanici in Emilia, crearono le condizioni per un ritorno di Confindustria all’ovile concertativo. Il più recente tentativo di superare quel meccanismo paralizzante, che peraltro con la cessione all’Europa della leva monetaria non è più in grado di funzionare, è stato messo in atto da Sergio Marchionne. Un’impresa internazionalizzata ha bisogno di condizioni di produttività che la rendano competitiva e questo ha spinto Fiat-Chrysler a premere per ottenerle, il che ha aperto un conflitto esistenziale con la Cgil-Fiom.
E’ stato a questo punto che Confindustria ha preferito lasciare senza copertura la sua più grande associata: persino quando il governo, per opera di Maurizio Sacconi, ha offerto strumenti adeguati all’articolazione contrattuale con deroghe efficaci, il sindacato degli imprenditori ha concordato con i sindacati dei lavoratori di non avvalersene. Aver preferito la tradizione concertativa alla battaglia per un rinnovamento profondo del sistema contrattuale, aver preferito la continuità con gli strumenti obsoleti del passato a un confronto difficile ma indispensabile con la realtà attuale, ha messo la rappresentanza degli industriali su un binario morto, e ha anche frustrato le spinte all’innovazione e alla responsabilità del sindacalismo moderato della Cisl e della Uil. Lungi dall’essere personalistiche, le critiche che in passato questo giornale ha rivolto all’ex presidente degli industriali Emma Marcegaglia avevano come bersaglio questa situazione. Negli ultimi due anni, nel momento in cui il maggiore componente della sua associazione provava a spostare i comodi, ma costosi e ormai insostenibili equilibri della triangolazione concertativa, la Confindustria di Marcegaglia ha preferito appoggiarsi in modo esplicito, e persino esibito, alla Cgil purché nulla cambiasse.
L’insofferenza verso il governo, che è costretto dalla situazione finanziaria ad affrontare i nodi strutturali della crisi italiana, non esprime l’interesse strategico delle imprese, ma la pigra autoconservazione di una burocrazia sindacale che vive in simbiosi con altre burocrazie sindacali. Chi non può o non vuol restare ingabbiato in questa ragnatela conservatrice, come la Fiat e molti altri, se ne va, chi può permettersi di tenerci un piede dentro, come le imprese di stato, esprime comunque fastidio per l’improntitudine del neo presidente Squinzi, che più che tradire l’inesperienza comunicativa tradisce la resa di un imprenditore capace alle logiche burocratiche di una struttura che non sa o non si vuole rinnovare.